Qual è la tua tragedia antica preferita, Sidney?

Qualche giorno fa mi è capitato di discutere con un mio amico di film horror. Gli avevo rivelato che in questo periodo non guardo altro e lui, provocatore, mi ha chiesto se per caso non fossi tornata alla frase adolescenziale.

Ho abbozzato, ma poi ho riflettuto sul fatto che ci sono tante persone che provano una naturale avversione per questo genere di film e libri.

Li ritengono bassi, per un pubblico incolto che si lascia sorprendere dal colpo di scena facile, oppure non li tollerano per disgusto verso il sangue o insofferenza nei confronti della tensione. Insomma, ciascuno ha la sua buona ragione per odiare gli horror, com’è giusto che sia, ma penso invece che, per chi li ama, ci sia una motivazione più profonda di quel che pensiamo.

E mi sembra la stessa con cui gli antichi si accostavano al teatro.

Intanto le prime rappresentazioni sceniche nascono con la civiltà cretese e sono connesse con la religione. Gli attori in scena sdoganano l’uso della maschera e questo già non li rende molto lontani dai vari Michael Myers, Jason Voorhees e Leatherface.

Però il teatro vero e proprio nasce in Grecia, tra il VI e il IV secolo a.C., anche qui si tratta di uno spettacolo pubblico di carattere sacro e potevano partecipare tutti, una volta tanto.

Per una civiltà che inventa la democrazia, ma che la applica solo a certe categorie, escludendo così donne, stranieri e schiavi, un atto di questo tipo è certo un gran passo in avanti.

Fondamentalmente esistevano solo due generi che erano la tragedia e la commedia e gli spettacoli avevano sempre più o meno la stessa trama, personaggi prevedibili, soprattutto nella tragedia: qualcuno commette un atto di Hybris, ossia di arroganza, e la condizione tragica è scaturita dalla Nemesis, ossia la punizione divina: Edipo che si strappa gli occhi, Creonte colpevole del suicidio di figlio e nuora, Giasone che vede la sua fidanzata prendere fuoco e i suoi figli morire, Tieste (in ambito latino) che invece, inavvertitamente, i figli li mangia.

Insomma niente di così distante da un mostro sfigurato che, per vendetta, uccide ragazzini nel sonno, o da un malato terminale che obbliga la gente a giocare a giochi di morte, o ancora una mamma che uccide fingendosi il figlio, o un figlio che ammazza credendosi sua madre.

Non è finita qui, però, perché l’antichità ci offre un ulteriore spunto di riflessione. Non solo gli spettatori assistevano a trame prevedibili, ma, all’inizio della rappresentazione, entrava in scena un attore che interpretava una specie di messo divino e che raccontava la sinossi dello spettacolo che stava per andare in scena, comprensiva di finale.

No, nessuno gridava “allarme spoiler”, perché questa era la consuetudine. Gli antichi conducevano tendenzialmente una vita di merda e non avevano bisogno di ulteriori traumi da annoverare a quelli che già si portavano sulle spalle: loro andavano a teatro per essere confortati, per stare meglio. Non a caso, quello che si aspettavano da queste rappresentazioni – e lo dice Aristotele – è la catarsi.

La catarsi è la purificazione dalle inquietudini più profonde dell’animo. I cittadini vedono sulla scena gli stessi dolori che li affliggono quotidianamente, si immedesimano, provano le stesse cose provate dai personaggi e, alla fine, quando l’ordine è ristabilito, il pubblico viene alleggerito dai propri tormenti.

Non è molto diverso da quando, dal nostro divano, assistiamo all’assurda idea di una comitiva di ventenni di andare in vacanza in una sperduta casa nel bosco. Quando trovano un libro maledetto, scritto con il sangue e munito dell’avvertimento “non leggere”, sappiamo già che non dovrebbero farlo. E non ci stupiamo dunque se, quando leggono, dal bosco spuntano una serie di creature mostruose. Sappiamo che qualcuno morirà, soprattutto quando viene proposto il classico “separiamoci” e, anche senza messo divino, la musica crescente ci fa sapere che un omicidio presto si consumerà.

Diamo dei coglioni a questi personaggi, sappiamo già quale sarà l’esito delle loro azioni, eppure seguiamo con ansia e terrore i loro movimenti. “Girati!”, gridiamo allo schermo, quando il killer si trova proprio alle loro spalle e la vittima non lo vede, e soffriamo con loro, fino alla coltellata, lo squartamento, la catarsi.

In quel momento, con il sangue, finisce tutto quanto e, con l’omicidio, terminano anche i nostri tormenti, quelli esagerati sulla scena e quelli comuni nella vita reale. Un sollievo momentaneo, un modo sano per placare l’ansia di tutti i giorni.

Poi oggi, inavvertitamente o meno, l’horror fa anche un po’ ridere. Il che è controverso, perché raramente risate e sbudellamenti vanno d’accordo. Come non sbellicarsi però davanti a un ragazzino che si trova per babysitter niente popò di meno che il capo di una setta satanica? Questo però è un altro discorso, la tragedia, almeno ai tempi, non faceva ridere per niente.

Certo che mi diverte pensare a Gosthface, che prima di squartare adolescenti si annunciava con una telefonata, chiedere alla ricorrente Neve Campbell: “Qual è la tua commedia antica preferita, Sidney?” e poi calare la scure. 

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