Dio salvi l’avverbio

L’avverbio è la parte del discorso più miscagata della grammatica. Dopo di lui vengono solo le interiezioni (dette anche esclamazioni: eh! ah! oh!), poi i grugniti, infine muschi e licheni.

Non se li fila nessuno perché di solito si presentano alla fine dell’anno scolastico, in fondo al libro di grammatica, quando solo una prof troppo stronza potrebbe fare ancora una verifica proprio sugli avverbi.

Eppure gli avverbi hanno un fascino discreto, quasi tutti. Arricchiscono la frase, ma non l’appesantiscono, scorrono nella riga, senza sembrare ridondanti. Gli avverbi sono il Mr Wolf della grammatica: risolvono problemi senza farsi notare.

No, non sto parlano di quelli strafamosi che terminano in -mente, ma di altri – e sono proprio quelli i più affascinanti – che condividono la forma con alcuni aggettivi. Sono gemelli, scritti allo stesso modo e di medesimo significato. Eppure profondamente differenti.

Procediamo con ordine, come sempre.

L’aggettivo e l’avverbio non se ne stanno mai da soli come naufraghi in mezzo al mare, ma hanno bisogno di compagnia, sono tipi da crociera organizzata, con l’animazione e tutto.

Nello specifico, l’aggettivo accompagna e modifica il nome, mentre l’avverbio presta lo stesso servizio per il verbo.

Fin qui tutto ok. Il problema però si presenta con aggettivi e avverbi gemelli, anche se eterozigoti.

Le due parti del discorso, pur avendo tante cose in comune, sono diversissime per natura e abitudini. L’aggettivo, infatti, è variabile. Il che significa che si adatta al nome che lo accompagna, diventando singolare o plurale, maschile o femminile all’occorrenza. Per dirla con un’espressione attuale diremmo che è fluido.

L’avverbio invece è un etero cisgender convinto: lui resta sempre granitico nella forma in cui lo troviamo sul dizionario, è invariabile: non può cambiare.

Ma come facciamo allora a riconoscerli?

Facciamo subito un esempio, così è più chiaro.

“Prendo solo mezza fetta di torta.”

“Luisella è mezzo addormentata”

Nel primo caso “mezzo” è un aggettivo, perciò si adatta alla sua “fetta” che convenzionalmente è femmina. Nel secondo caso siamo invece di fronte a un avverbio che, come gli uomini di Mia Martini, sappiamo che non cambiano.

E so a cosa state pensando, che si sente spesso dire in giro: “Luisella è mezza addormentata”. Sacrosanto, possibile, per carità. Il punto è che quest’ultima forma è scorretta, perché non è Luisella ad essere tagliata in due parti, ma lo è la sua azione: l’addormentamento è avvenuto per metà.

Questa sottigliezza ci permette talvolta quando scriviamo di essere misteriosi, senza essere giudicati e ciò, come dico sempre, è uno dei miracoli della grammatica.

Il cantautore Mahmood, quando non era ancora dichiarato, nella sua “Il Nilo nel Naviglio”, cantava: “Dicevi: Scappiamo in Cina, ma | dove vado se non ci sei tu più qui vicino | se non c’è più il Nilo.”

La rima “Cina : vicina” qui era molto appetibile, forse anche consigliata, soprattutto da uno che fa brutto e ha anche la licenza poetica. Ma Mahmood è un dritto, che fa delle parole un mestiere e non cede alla rima facile, ma preferisce la scioltezza e l’agilità di un avverbio al posto giusto.

Inoltre la neutralità di questa parte del discorso ha permesso al cantautore di non rivelare il genere della persona a cui stava dedicando la canzone. Anche perché saranno ben stati cazzi suoi.

Ecco, se volete mantenere i vostri segreti, gli avverbi, sono la scelta giusta. E dunque, come il re e la regina, che Dio li salvi.

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