“Era inevitabile: l’odore delle mandorle amare gli ricordava sempre il destino degli amori contrastati.”
È uno dei miei incipit preferiti. Nell’attacco di un romanzo, del resto, c’è tutto, in particolare la ragione per continuare a leggere. Questo appartiene al premio Nobel Márquez – no, non il tizio che corre in moto, ma l’autore de “L’amore ai tempi del colera”.
Il romanzo racconta di un amore durato “cinquantuno anni, nove mesi e quattro giorni”, ma mai vissuto, almeno fino a quando Florentino e Fermina si ritroveranno solo da ottantenni, dopo aver passato qualsiasi tipo di sfiga, tra cui il colera che devasta Cartagena.
Mi secca ammetterlo, ma è la stessa illusione che alcuni hanno vissuto durante la nostra epidemia contemporanea: credevo fosse amore e invece era solo Covid.
Adoro questo libro, ma ho sempre pensato che i due protagonisti non si sarebbero amati così profondamente, se non fossero stati tanto osteggiati dalla sorte. Gli amori semplici sono sempre un po’ più miti.
Márquez però non è dello stesso avviso, sì, la malattia endemica è più protagonista dei protagonisti: cadaveri dappertutto, imbarcazioni che trasportano contagiati nell’indifferenza generale, ma sull’amore non si discute.
Amore e morte, amore e malattia, i binomi più vecchi del mondo, però la peste, intesa come malattia super-contagoisa per antonomasia, è un argomento che piace a molti scrittori, contemporanei e non. In questo pezzo cercherò di capirne il motivo.
Spesso la peste è infatti un pretesto per parlare di relazioni umane. Ne “L’amore ai tempi del colera”, per esempio, i sentimenti dei protagonisti altro non diventano se non metafora della patologia: l’amore ha gli stessi sintomi del colera, non solo perché a volte hai i sudori freddi e ti viene pure da vomitare, ma soprattutto perché ti costringe a compiere azioni che da sani manco si penserebbero.
Baci e abbracci sono vietati, ne sappiamo qualcosa, ma non è proprio in momento di isolamento che avremmo più bisogno di sentirci amati? Di sentirci protetti e di proteggere i nostri cari?

Per Camus invece “La peste” è il mezzo per raccontare le dittature che ancora pesano sulle coscienze di mezza Europa. Il suo libro esce poco dopo la fine della Seconda guerra mondiale e si presenta come una seduta collettiva di psicoterapia: elaboriamo insieme il trauma.
Nella città di Orano, in Algeria, l’epidemia inizia di soppiatto, proprio come la guerra, quando il dottor Rieux, un giorno di primavera, si trova un topone morto davanti a casa, ma non se ne occupa perché ha altro da fare.
La sera stessa un altro ratto gli morirà davanti agli occhi, con uno scenografico fiotto di sangue dalla bocca e, dopo pochi giorni, insieme ai topi, comincia a morire anche la gente.
Gli esiti sono tra i più conosciuti, prima la negazione, poi la quarantena, il disastro economico e ovviamente gli atteggiamenti più subdoli degli esseri umani. La peste va e viene e la gente magari si abitua pure alla quarantena, nello stesso modo in cui si prende atto quando si vive sotto a una dittatura. Ma il punto per entrambe le sciagure è che, anche se sembrano debellate, bisogna stare all’erta lo stesso.
Camus dice che gli uomini, se compatti e legati da ideali positivi, possono combattere le pandemie, come i tiranni, ma sempre vigili, perché prima o poi “la peste tornerà a inviare i suoi ratti”.
Anche un autore come Saramago ha, suo malgrado, a che fare con le dittature. Durante il governo di Salazar viene spesso osteggiato e censurato. Anche il suo romanzo distopico, “Cecità”, del 1996, è in qualche modo una risposta al regime.
Sempre una peste, ma di un altro tipo, senza topi e bubboni. Semplicemente un giorno, in una città imprecisata, capita una cosa assurda e spaventosa: alcuni diventano improvvisamente ciechi. È una cecità bianca, inspiegabile. Così il governo, per arginare il problema, confina tutti i ciechi in un ex manicomio e da lì la crudeltà umana non ha più limiti.
Nasce una nuova società nella struttura, dove vige la legge della sopraffazione e i più forti fanno i bulli con i più deboli, ricattandoli con il bene più prezioso, ossia il cibo.
Un’epidemia di cecità ha ovviamente un doppio significato, perché i contagiati non sono solo malati, ma ciechi in tutti sensi, ciechi di tutto, come ci capita quando non vediamo l’ovvio, a un metro da noi, e pensiamo che i problemi degli altri siano solo cazzi loro.

Anche se l’elenco qua sembra soprattutto di contemporanei, non possiamo trascurare i nostri classici. Quindi è doveroso citare Boccaccio che usa la peste non solo come “orrido cominciamento” del suo “Decameron”, ma come motore di tutta la vicenda.
Si tratta della famosa epidemia del Trecento, quella che ammazza Laura di Petrarca e tipo mezza Europa. I dieci novellatori di Boccaccio si rifugiano in campagna, a novellar, appunto, perché Firenze è sfigurata dalla peste e loro cercano il modo di salvarsi, non solo da un’epidemia che li può uccidere male, ma da un morbo che distrugge i legami e rende gli uomini degli stronzi.
La famosa cornice narrativa del “Decameron” si concentra sulla disumanità di una società che, per paura del contagio, è disposta ad abbandonare i figli o a gettare i padri in una buca con tanti altri.
Per il nostro autore non è solo una possibilità di presentarci un’analisi impietosa del ‘300, ma è anche l’occasione per immaginare un altro tipo di società, idilliaca perfetta, quella fondata dai dieci ragazzi che convivono sereni, spinti solo dal sacro fuoco delle storie da scambiarsi, quelle che appassionano e mettono pace, since “Le mille e una notte”.
Insomma, per Boccaccio la peste non è solo l’ingranaggio per avviare la distopia, semmai per l’utopia, che è il suo esatto contrario, un atteggiamento insolitamente positivo verso la tragedia, nonché una scelta rivoluzionaria, soprattutto per i suoi tempi.
Infine, ma non per importanza, arriva Manzoni, che vive nell’800, ma ci racconta della Lombardia del ‘600, un tempo in cui non vivrei neanche se mi offrissero in cambio uno spazioso loft in cima al Duomo di Milano. La dominazione spagnola, la carestia, la guerra, uno stato completamente inadatto a gestire la situazione: insomma, in questo quadro, la peste non si presenta in altro modo se non come la ciliegina sulla torta di merda.
E va bene che ne “I promessi sposi” l’epidemia è provvidenziale (come più o meno tutto per il cattolicissimo Ale), perché fa fuori don Rodrigo e permette ai nostri eroi di convolare a giuste nozze. Ma l’epidemia è anche lo specchio in cui, una società superstiziosa, è costretta a guardarsi.
Manzoni, gran burlone, si prende gioco dei negazionisti prima ancora che questo termine venga coniato. Quando le prime avvisaglie del morbo giungono a Milano, i più sono scettici all’idea che questa malattia possa davvero toccarli. Poi, quando le cose si mettono male, l’unica idea sensata sembra quella di organizzare una grande processione religiosa per scongiurare i guai.
Inutile dirlo che l’assembramento di fedeli farà solo impennare i contagi e Dio, dall’alto dei Cieli, si farà una gran risata davanti all’ignoranza umana.
A differenza di quanto leggiamo in Boccaccio, qui però c’è spazio per un po’ di umanità, senza doverci trasferire per forza in un resort in collina per trovarla: famiglie che, nonostante tutto, mantengono comunque legami forti e stabili – vedi il famosissimo episodio della madre di Cecilia.
Forse sarà appunto per la sua forte fede cattolica, ma nel raccontare la fine del mondo, Manzoni non parla anche della fine della solidarietà. Seppur un contraltare negativo non manchi mai, rappresentato dai monatti, i guariti che non possono più contrarre il morbo, che raccolgono cadaveri casa per casa: si annunciano al triste suono di una campanella e hanno un atteggiamento prevaricatore nei confronti di morti e malati. Poi i lazzaretti: luoghi tremendi dove la gente, messa in quarantena, muore sola e disprezzata.
In questo clima desolante però, Manzoni, narratore onnisciente, non dimentica la compassione e si abbandona spesso a descrizioni commoventi di una realtà che, al contrario, sembra solo una schifezza. Lui sì che era positivo, ma non nel modo che intendiamo noi oggi.
Insomma, io non so perché ci sia questo bisogno di parlare di peste nella letteratura contemporanea e delle origini. So solo che c’è qualcosa di primordiale nel pericolo delle epidemie, che ci spinge talvolta a comportarci da dementi e forse il compito di chi sa scrivere è registrare questa demenza perché nessuno se ne dimentichi mai.
Non so se ci sarà mai una letteratura sul Covid, è probabile, del resto questo sembra proprio uno degli eventi discrimine del nostro secolo. Di sicuro sarebbe utile appuntarsi alcuni episodi di immensa ignoranza che hanno coinvolto persone vicine, o che forse soltanto credevamo vicine. E, chi lo sa, forse un giorno qualche lettore avveduto riderà di come si comportava la gente negli anni ‘20 del XXI secolo.

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