Fiamme nei Coma_Cose

Quando è il giorno dell’analisi del testo è un guaio per tutta la classe, direbbe il maestro Sperelli.

Compaio con un plico di fotocopie e i ragazzi si preparano a leggere, con la stessa allegria di un condannato a morte: “L’albero a cui tendevi | la pargoletta mano, | il verde melograno | da’ bei vermigli fior”.

Carducci non mi fa impazzire, ok, ma lo rispetto. Lo analizzo pure ogni tanto. Non oggi però, perché voglio proporre una canzone.

La classe mi guarda inebetita, perché, anche se ne sono i massimi fruitori, i ragazzini non immaginano che le canzoni, al pari di Carducci, abbiano una loro dignità letteraria.

L’analisi del testo, poi, non si fa con lo stesso spirito con cui andremmo a raccogliere funghi nel bosco. Non basta riempire il cesto così poi ci facciamo il risotto. Trovare gli elementi metrici e retorici rivela significati. Il significato è fondamentale, in fin dei conti è ciò che dà senso mondo. Perché altrimenti ci potrebbe capitare di cantare una canzone in macchina, a squarciagola, e non avere idea di ciò che sta uscendo dalle nostre bocche.

La scelta di oggi ricade su “Fiamme negli occhi” dei Coma_Cose che è una specie di bomba di artifici retorici, una mappa sicura per individuare il significato, nonché un buon modo per non fare andare in vacca la verifica di un’intera classe (spero).

I Coma_Cose sono un duo musicale, ma anche una coppia nella vita. Dunque spesso, accidentalmente o meno, le canzoni che scrivono parlano d’amore, il loro, nello specifico.

“Fiamme negli occhi” è un dialogo tra due amanti, fatto di botta e risposta e parti in coro, corrispondenti ai ritornelli, un po’ come le tenzoni amorose dello Stilnovo, in cui i poeti si affrontavano via missiva, tipo battaglia rap, e talvolta riproducevano anche la voce della loro amante – perché le donne allora non avevano il privilegio, che ha California, di comporre.

È proprio lei a iniziare la conversazione: in un testo dalla metrica irregolare, la parte femminile è saldamente costruita su novenari molto retti. Le rime sono sballate, senza schema, sostituite, nella libertà che ci ha regalato la frattura del ‘900, da assonanze e consonanze.

“Quando ti sto vicino sento | che a volte perdo il baricentro”.

L’attacco è un’iperbole, ossia un’esagerazione: una figura di significato, figlia della metafora. La labirintite della nostra cantante è solo simbolica. Abbiamo assistito a diverse esibizioni di Fausto e California. Concerti, ospitate in tv, recentemente anche Sanremo e abbiamo constatato che entrambi, nonostante la presenza magnetica dell’altro, riescono a stare comunque perfettamente in piedi.

La macchina retorica è già avviata ed è inarrestabile: “e ondeggio come fa una foglia | anzi come la California”.

La similitudine è la figura più facile da scovare, in quanto paragone individuato da nessi espliciti. In sintesi: ogni volta che incontrate un “come”, aguzzate la vista, perché potrebbe trattarsi di una similitudine.

Ungaretti in questo era stato pro, perché primo a sfruttare la simbologia delle fronde degli alberi: “Si sta | d’autunno | come sugli alberi | le foglie.” Lui si riferiva alla condizione precaria dei soldati in guerra, la cantante invece rinforza il pensiero precedente: perdendo il suo appoggio all’asse terrestre, dondola leggermente, come le foglie al vento, prima di stramazzare al suolo.

Se l’iperbole è l’artificio degli innamorati, che sembrano sentire tutto al cubo, non ci stupirà il verso successivo, “anzi come la California”. Doppio gioco di parole perché, non solo California è il nome d’arte della cantante, ma è anche una nota zona sismica. Le caratteristiche di un oggetto si trasferiscono sull’altro, così il lieve tremolio diventa un vero e proprio terremoto, più efficace per spiegare il potere definitivo che i due amanti esercitano l’uno sull’altra.

La strofa non finisce qui: “metà sono una donna forte | decisa come il vino buono”, altra similitudine, più blanda delle precedenti. Riferimento a Bacco e all’antichità, o solo un paio di versi riempitivi? Ma no! Certo che no, perché le cit. classiche continuano: “metà una Venere di Milo | che prova ad abbracciare un uomo”. La Venere di Milo è una delle più famose statue della Grecia antica, nota soprattutto per non avere le braccia. Metafora, ancora iperbole e forse pure adynaton: ossia un impossibile. “Santa Rita, ti invochiam”.

Con un procedimento sintetico, lei rivela tutta la sua inadeguatezza, almeno quella che avverte come invalidante: come faccio ad abbracciarti, a starti vicino, se non ho le braccia?

Ancora un paio di battute e poi passiamo al primo ritornello: “Resta qui ancora un minuto | se l’inverno è soltanto un’estate | che non ti ha conosciuto.” L’antitesi facile inverno/estate è qui molto lusinghiera, non solo per i due amanti, ma anche per l’inverno stesso che, poverino, non ne può nulla se è così odioso: potrebbe essere anche lui estate se solo avesse conosciuto Fausto o California.

Il pezzo forte però deve ancora arrivare: “E non sa come mi riduci | hai le fiamme negli occhi ed infatti | se mi guardi mi bruci”.

Il fuoco è il tema portante del testo, non a caso fa parte del titolo e qua nel ritornello si esprime attraverso una metafora prolungata, che, nel gergo si chiama analogia. Le peculiarità della fiamma vengono trasferite sugli occhi: il calore, l’intensità, la pericolosità e, addirittura, questo sguardo è così profondo che penetra quello dell’altro e brucia.

Vedremo più avanti altre scelte appartenenti all’area semantica della combustione, ma non ora, perché questo è il momento di lui che, a sua volta privato dell’equilibro, aggiunge: “Galleggio in una vasca piena di risentimento | e tu sei il tostapane che ci cade dentro”.

Partiamo dal presupposto che mi fa vo-la-re, da sempre, l’inserimento in poesia di quelle che “i puristi” del ‘900 avrebbero definito parole poco poetabili. “Tostapane” è una di queste, perché impropriamente lunga, nonché molto comune, prosaica. Ma qui diventa poesia lo stesso, legata da due metafore molto efficaci: ovviamente il risentimento, per quanto sia diffuso e abbondante sul pianeta, non può fisicamente riempire una vasca, va contro a tutte le leggi della fisica, nonché al principio di Archimede.

Qui si parla degli screzi comuni di una coppia affiatata. Cose che capitano, soprattutto quando ci si ama molto. Lui a cucinarsi nel suo brodo di rancore e lei, California e dunque instabile per antonomasia, gli dà il colpo di grazia come un tostapane che cade in una vasca, facendoti fuori e impallando tutto l’impianto elettrico della tua relazione amorosa.

Così a lui non resta che correre ai ripari: “Grattugio le tue lacrime | ci salerò la pasta | ti mangio la malinconia | così magari poi ti passa”.

Ovviamente si tratta di una nuova metafora, racchiusa questa volta nel campo semantico culinario, si può dire: le lacrime infatti, anche se di fatto salate, non hanno né la consistenza, né il sapore del Parmigiano e, per quanto lo stomaco di Fausto sia propenso a digerire bene, di sicuro non potrà mai divorare nessun sentimento avverso. Si parla ovviamente di consolare l’amante ferito e l’analogia con il cibo non è casuale, il cibo del resto è consolazione.

Più avanti l’ondeggiare di lei, il suo terremoto si reitera, così come il coro del ritornello, con una variazione però che unisce fuoco e cucina: “Resta qui e bruciami piano | come il basilico al sole | sopra un balcone italiano”, che è una similitudine un po’ troppo nazional-popolare per i miei gusti, ma non per questo meno efficace.

Lasciamo da parte per un attimo il basilico, potrebbero essere anche pomodori pachino, sempre italiani, ma più regionali. Il punto è che “bruciami piano” sa un po’ di “killing me softly” che, sarà perché sono un po’ masochista, ma mi pare un ottimo modo di morire e di amare. Come forse lo è questa canzone.

La verifica è andata bene, grazie, ma non è fondamentale. La critica letteraria esiste da sempre, nasce quasi insieme alla letteratura stessa. Dunque tutto ciò che analizziamo oggi è già passato sotto alle mani di altri prima di noi. Indagare una canzone contemporanea, invece, significa avventurarsi in un territorio mai esplorato da nessuno. Essere i primi uomini sulla luna, per un giorno, o come Contini e Luperini che, ok, non sono rockstar, ma nel loro ambito sono quelli che spaccano. 

Lascia un commento