L’amore fa schifo dal 1200

L’amore fa schifo dal 1200. E non sono io a dirlo, ma un poeta che era amico di Dante. Si chiamava Guido Cavalcanti e quei due passavano un sacco di tempo insieme, tipo a fare nottata per parlare d’amore e di scrittura.

Ho già raccontato dei cosiddetti “amici dello Stilnovo”, un gruppo di scrittori riuniti intorno agli stessi ideali, ossia l’identificazione tra amore e cuore gentile, la donna-angelo, gli occhi come senso privilegiato per accedere a questo tipo d’amore, eccetera (date un’occhiata indietro, se vi va).

Cavalcanti condivide le idee dei suoi amici, solo che lui ha un’interpretazione originale del tema, ossia rilancia sul piatto una visione pessimistica dell’amore.

S., 16 anni, mi racconta che da quando lei e il suo fidanzato si sono lasciati non riesce più a studiare. Poi, da qualche tempo, ammette che a lui non ci pensa più, e allora 7 in francese, 6 in spagnolo, 8 in inglese. Miracolo.

Quando S. stava insieme al ragazzino in questione, però, e aveva le farfalle nello stomaco, non andava comunque bene a scuola. E ve lo dico io che sono la sua prof.

Non si tratta solo del fatto che studiare è l’attività meno gradita agli adolescenti, è che in generale l’amore fa schifo e Cavalcanti nel 1200 diceva già che questo sentimento ti svuota di tutte le forze e ti rende una specie di marionetta cava, senza volontà.

Dante allora si incazzava, “Suvvia, Guidino, lascia fare”. E per convincerlo gli dedica: “Guido ‘i vorrei che tu, Lapo ed io fossimo presi per incantamento”, un plazer medievale in cui si augurano cose belle a chi vuoi bene. Guido, in quel momento ne aveva bisogno più degli altri.

Guidino però non molla. Anche per lui, come per tutti i poeti stilnovisti, le donne non se ne stanno lì immobili ad aspettare che qualcuno le lodi, ma “appaiono”. In questa apparizione c’è qualcosa di magico, di spirituale, si diceva ai tempi. A Cavalcanti però le donne non appaiono come farebbe la Madonna, piuttosto come i jumpscare nei film horror: mea domina armata di machete.

“Voi che per li occhi mi passaste ’l core”: gli occhi sono un paio di finestre aperte e, lo sappiamo, se lasciamo aperte le imposte, ci può entrare di tutto. È da ‘mo che gira questa storia degli occhi, lo dicevano i poeti provenzali, lo elaborano quelli della scuola siciliana, sono d’accordo anche gli stilnovisti: il sentimento amoroso nasce essenzialmente dalla vista.

Okay, anche Cavalcanti è d’accordo, solo che per lui gli occhi sono quel varco attraverso il quale la donna-killer può accedere al tuo cuore per trapassarlo letteralmente.

Vi dirò di più, il giudizio così duro con cui si apre il celebre sonetto che vi ho appena citato non gli basta, se andiamo avanti a leggere, notiamo un sacco di termini molto violenti, come “vèn tagliando”, “m’ha disfatto”, “un dardo mi gittò dentro al fianco”, roba che non ti aspetti neanche da Michael Myers, e invece a produrre questa carneficina è proprio la donna che lui ama, anzi, i suoi occhi.

Tra l’altro quella della freccia che ti colpisce e ti fa innamorare è un grande classico della letteratura amorosa. Per essere mainstream, magari vi ricordate quella specie di Dio Eros bambino che, nel cartone “Pollon”, se ne va in giro nudo e fiero con la sua freccia che termina a forma di cuore.

In questo testo invece niente di edulcorato e romantico: io vengo letteralmente fatto a pezzi da un dardo che mi perfora fianco.

Allora Dante prova di nuovo a far ragionare il suo amico e questa volta gli dedica la “Vita Nova” in cui, in sintesi, spiega a tutti quanti, e in particolare a Guidino, come si sopravvive alle pene d’amore, sia quando lei non ti caga, sia quando addirittura lei muore. “Guido, non ti lamentare non è mai la fine del mondo e comunque, male che vada la incontrerai in Paradiso”.

A Cavalcanti però non basta neanche questa spiegazione e insiste dunque personificando l’Amore (sempre scritto con la maiuscola) e i sentimenti che ad esso sono legati. Li mette in scena come in un’azione teatrale: attori di una tragedia pronti a farsi a pezzi sul palco.

Eh ma che esagerato.

Questo è il commento di Dante e di alcuni noi scettici a cui, in fin dei conti, l’amore non sembra poi così devastante.

Il motivo per cui mi sono messa a scrivere di Cavalcanti, però, non è per dargli ragione, o meno, ma solo per raccontare di quanto questo autore sia contemporaneo rispetto ad altri a lui pari nel medioevo. Cavalcanti ci mostra l’idea di un amore vivo, così vivo che può morire, può decomporsi addirittura, ma proprio per questo è più umano, più vero.

Forse ciò che ci allontana da Dante non è solo il suo linguaggio, ma anche la descrizione di un sentimento difficile da capire per il nostro mondo, mentre Cavalcanti, seppur meno conosciuto, mette in scena appunto qualcosa che non smetterà mai di essere in voga, ossia il fatto che l’amore fa soffrire.

Questa ragione non basta per renderlo un sentimento da non praticare (anche perché non si può, l’amore è come il Natale: quando arriva, arriva), ma quando ci avviciniamo alla felicità che esso porta con sé, dobbiamo mettere in conto che potrà sopraggiungere anche un bel pezzo di infelicità e, solo se sei disposto a farti male, allora sì che il tuo amore sarà coraggioso.

Una risposta a “L’amore fa schifo dal 1200”

  1. Ma che meraviglia questo articolo! Complimenti!!!

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