Incomprensione del testo

La comprensione del testo è una delle più grandi sfide di tutti i giorni, bombardati come siamo di messaggi (non mi riferisco solo a quelli di Whatsapp), se non possediamo un buon traduttore, rischiamo di perderci nei malintesi.

Per questa ragione comincio a rompere l’anima agli studenti in prima superiore, con la prosa, poi passo in seconda alla poesia, per arrivare alla terza, carichi come molle, ad affrontare i grandi testi della letteratura: a bomba fino alla Maturità quando, che ti piaccia o meno, il commissario d’esame depositerà sul tuo banco un testo da comprendere e su cui ragionare, forse in prosa, oppure in poesia, magari di argomento scientifico, pratico, filosofico, redatto da classici del passato o da autori contemporanei, non importa: capire sarà il primo step su cui sarai valutato, uno dei biglietti validi per uscire indenne dalla scuola superiore.

E dopo l’Esame di Stato dunque è tutto finito? Posso smettere di farmi a pezzi il cervello per analizzare i testi?

Ehm, no, in realtà la vera lotta alla comprensione inizia dopo, nel mondo reale, ma arriviamoci insieme.

La prima regola per capire un testo è innanzitutto leggerlo, operazione che potremmo dare per scontata, ma molte volte è proprio la lettura il nostro più grande nemico: sottovalutiamo le parole che abbiamo davanti, “ma sì, è già tutto chiaro”, oppure siamo semplicemente di fretta, difetto soprattutto di chi ha l’abitudine di leggere molto rapidamente (sì, anch’io sono colpevole).

Per allenarsi fin da piccoli, c’è una disciplina che si chiama “narratologia”, relativamente recente, inventata da critici e filologi per lo più russi. Consiste in sostanza nel far sdraiare il testo narrativo sul tavolo dell’obitorio per fargli l’autopsia. Eh sì, forse la metafora è un po’ cruda, ma rende bene l’idea, perché il principio è quello di tagliuzzare lo scritto in tante piccole parti, per scoprirne segreti.

Il primo taglio è la divisione in sequenze, operazione che ti permette di raggruppare porzioncine di testo vicine e simili tra loro per temi, tipologia (narrativa, descrittiva, riflessiva, ecc.), apparizione e sparizione di personaggi, cambio di tempo o spazio. Questo esercizio ci aiuta anche a riassumere, ossia cogliere i nuclei fondamentali di ciò che leggiamo.

A cosa ci serve lavorare sui testi narrativi, quando nella vita avremo da decifrare cose tipo contratti d’affitto o il regolamento della piscina frequentata da figli vari? La risposta, piccoli cuori, è che, da quando l’uomo ha cominciato a scrivere, accanto ai documenti pratici, ha prodotto immediatamente testi di intrattenimento. Non a caso i Sumeri sono i primi ad avvalersi della scrittura, ma anche a lanciare sul mercato il primo poema della storia, “L’epopea di Gilgamesh” di cui conserviamo ancora alcuni frammenti incisi su pezzetti di argilla. Le storie, i miti, del resto, sono stati per molto tempo l’unica arma degli uomini per conoscere il mondo e svelare i segreti degli eventi altrimenti inspiegabili.

Dunque, fidatevi, comprendere la narrativa è un buon allenamento per capire qualsiasi tipo di testo e per farlo non bisogna trascurare nulla, per esempio, sui personaggi che popolano i racconti sono state scritte innumerevoli pagine di critica: esistono, a partire dal modello delle fiabe, dei ruoli fissi, che incredibilmente ricorrono nelle storie ti ogni tipo, da “Cappuccetto Rosso”, ai “Promessi Sposi”, fino ad arrivare a “Squid Game”, per dirne una.

Indovinare tempi e spazi, nonché la modalità in cui essi sono descritti è uno dei lavori a cui è chiamato chi vuole analizzare un testo narrativo, così come individuare il tipo di incipit: l’attacco ci dice molto di ciò che possiamo aspettarci una storia, ne incasella il genere ed è sostanzialmente uno dei fattori a cui dovremmo prestare attenzione quando ci troviamo in libreria intenti a scegliere il prossimo romanzo che leggeremo.

L’analisi poi può andare ancora più giù, come una trivella in cerca di petrolio, c’è ad esempio il registro linguistico che può essere colloquiale: “Ehi bro, come stai?”, oppure medio, come gli articoli di giornale (ma solo quelli scritti bene) e infine alto, tipo Dante in paradiso, per intenderci. Esistono cifre stilistiche che distinguono ciascun autore, sintassi semplice o complessa (vedete? C’è pure la grammatica), ritmo lento o rapido, scelte lessicali, nonché tutto l’armamentario degli artifici retorici. Poi, se parliamo di un autore nello specifico, buttiamo nel calderone perfino il contesto storico e sociale in cui esso vive. Insomma, tendenzialmente si può andare avanti all’infinito, ma non è questo che vi invito a fare quando vi trovate davanti, ad esempio, alle istruzioni per compilare un bollettino postale, anche se si tratta di un procedimento di molto simile.

Il motivo per cui faccio tutto questo cinema è abituare gli studenti, che poi saranno uomini e donne a piede libero nel mondo, a mettere insieme diverse conoscenze e abilità per giungere a un solo scopo, ossia capire.

Al tempo in cui la scrittura non era diffusa, i cosiddetti scribi erano considerati tra i più cool della società, appena appena sotto ai sovrani e ai sacerdoti, perché padroni di un segreto precluso agli altri. Proprio per la stessa ragione, oggi, non comprendere ci rende indifesi e ci fa perennemente giocare in una condizione di svantaggio.

Non sempre le mancanze di ciascuno sono da attribuire unicamente alla scuola, perché parliamo di competenze non solo da assorbire, ma da allenare continuamente, perché se no, come i muscoli di un bodybuilder che smette di sollevare pesi, sono destinate a scomparire nel tempo.

Basti pensare al fatto che la definizione di “analfabeta” è cambiata nella storia, non è più quella del tempo di Collodi, ossia l’incapacità di leggere, scrivere e far di conto, perché, con il tipo di istruzione scolastica a cui possiamo avere accesso oggi e siamo obbligati ad assolvere, questo è praticamente impossibile. Adesso analfabeta è chi non è in grado di comprendere un messaggio (in forma scritta o orale), perché non ha più lavorato su questa importantissima competenza dopo la scuola (analfabetismo di ritorno), o perché non è mai stato in grado (analfabetismo funzionale).

Vi sorprendereste a sapere quante persone in Italia sono da considerarsi analfabeti e il peggio è che l’ignoranza sembra un vanto più che una vergogna. Se non riesci a capire delle semplici istruzioni per svolgere un compito, ti lamenti del fatto che chi spiega non è abbastanza chiaro, se non sei in grado compilare un modulo, è il modulo che è sbagliato, le istruzioni dell’Ikea sono incomprensibili, il sistema di voto è assurdo e via discorrendo. Insomma, chi fraintende spesso finisce per comportarsi doppiamente da ignorante, perché, a differenza dei saggi, non sa di non sapere. A questo aggiungiamo la moda, particolarmente in voga nel nostro Paese, di dare sempre la colpa a qualcun altro, di trovare un nemico immaginario che è altro da noi.

Ne è un esempio lampante la figura barbina di un noto comico nell’ultima puntata di “Belve”. Francesca Fagnani apre l’intervista con la consueta domanda “Lei che belva si sente?”, cifra stilistica del programma. Il mattatore risponde che il “lei” lo fa sentire a disagio e si lamenta di quanto sia stupida la richiesta. Iniziamo bene, dato che, quando qualcuno vuole partecipare a una trasmissione televisiva, di solito è bene che ne guardi almeno una puntata.

Ma il peggio deve ancora venire, perché il mattatore travisa ogni domanda della conduttrice e, come tutti quelli che non hanno argomentazioni, non potendo rispondere, ripete in loop le stesse frasi: “Mi sento a disagio” e qualcosa di simile. La mancanza di comprensione fa innervosire l’ospite che, per la prima volta nella storia, abbandona lo sgabello prima della fine della puntata.

Ora io non ce l’ho con il comico nella fattispecie (nelle interviste e nei post sui social a venire infatti sciorinerà tutte le buone ragioni che spiegano il suo comportamento), ma questo episodio mostra con chiarezza quando comprendere sia fondamentale perché riguarda chi siamo e che c’è intorno a noi. Cosa c’è di più importante?

Chi non capisce non ha vita facile, non solo perché magari avrà il debito di italiano a fine anno scolastico, ma soprattutto perché sarà naturalmente portato a informarsi sempre di meno e a rimanere di conseguenza escluso, come un comico che non comprende le domande di un’intervista, come un re che fa le leggi, ma non ha idea di ciò che il suo scriba abbia inciso sulla tavoletta d’argilla, o come chi, soltanto, ha bisogno di telefonare, ma non riesce a seguire le istruzioni per una ricarica.

Esercitarsi a capire, significa esercitarsi ad essere liberi. 

3 risposte a “Incomprensione del testo”

  1. Già Svevo diceva che tendiamo sempre ad addossare a qualcun altro la colpa dei nostri fallimenti. Questo perché per il nostro orgoglio è troppo dura ammettere che abbiamo fallito solo ed esclusivamente per colpa nostra: di conseguenza, per sopportare meglio il peso dei nostri fiaschi ci convinciamo che siano accaduti perché qualcuno ci ha messo i bastoni tra le ruote, non ha compreso il nostro valore o comunque non ci ha dato ciò che ci spettava.

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    1. Be’, Svevo effettivamente smarca anche la consuetudine del narratore inattendibile, quindi ci risponde anche solo con il suo personaggio Zeno Cosini 😉

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      1. Grazie mille per aver risposto ad entrambi i miei commenti! Colgo l’occasione per consigliarti questi film: https://wwayne.wordpress.com/2024/12/31/i-10-film-piu-belli-che-ho-visto-nel-2024/

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