L’amor che move il sole e l’altre stelle

Il giorno di San Valentino, le classi del biennio si sono ammassate in Aula Magna, un po’ per terra un po’ sulle sedie, a turno, e si è parlato d’amore.

L’amore è un argomento scottante a quell’età, perché, oltre a fare schifo, è così assoluto che a volte ti fa ammalare sul serio. Se sopravvivi all’adolescenza, puoi definirti un capo in questioni di cuore, solo che da ragazzino questo non lo sai ancora.

Un grande striscione bianco taglia a metà la sala, i giovani organizzatori dell’incontro ci invitano a lasciare un messaggio lì sopra. Una mia alunna mi intercetta e, mettendomi in mano un grosso pennarello, mi chiede di scrivere “qualcosa di poetico”. Be’, a quel punto altro non mi viene in mente, se non uno che dell’amore ha fatto il sentimento più importante e che, per amore appunto, ha scritto un intero poema. Così sul foglio vergo la scritta: “L’amore muove il sole e le altre stelle” e non ve lo sto nemmeno a spiegare, perché si tratta di una sorta di parafrasi del verso forse più celebre di Dante.

Ho trattato spesso Dante in questo periodo, abbiate pazienza ho una terza (superiore, non di reggiseno), ne approfitto, ma questa volta siamo in Paradiso.

Anche il Paradiso è ordinato secondo il merito di chi lo abita e sulla base di numeri importanti, si dispiega infatti in nove cieli concentrici intorno alla terra. Più aumenta la distanza della Terra, più questi cieli ruotano veloci e, alla fine, vi è l’Empireo, l’unico cielo fisso, in cui, mica a caso, risiede proprio Dio con i beati. Questi ultimi sono rappresentati con le sembianze di una candida rosa, perché vestiti di bianco, e anche loro ordinati in nove giri di petali, a seconda del grado di beatitudine. Inutile dirvi che in top list ci sono San Giovanni Battista e soprattutto la Vergine Maria, lei, vera star del posto.

Diciamoci la verità, il Paradiso è la più difficile delle tre cantiche della Commedia, non solo perché l’argomento è complesso, ma anche perché viene raccontato con un linguaggio che deve essere all’altezza del contenuto, quindi complicato.

Dante qui si trova nel mezzo di una specie di fuoco incrociato perché, da una parte vuole rispettare il sublime delle nozioni appena apprese, dall’altra non è proprio sicuro di aver capito bene: l’ineffabile è la sostanza di Dio, Dio è tale perché sai che c’è, ma non puoi spiegarlo e allora, pure a uno scrittore così allenato, mancano le parole. Insomma, lui prova a renderci partecipi della sua esperienza mistica, ma forse il mistico è tale solo se rimane in parte segreto.

Nello specifico è poco decifrabile l’ultimo canto del Paradiso, che è anche l’ultimo della Commedia: 100, 100, 100, avrebbe detto Iva Zanicchi.

Nel Paradiso Terrestre, la cima del Purgatorio, Dante viene raggiunto dall’amata Beatrice, con la quale lui farà un pezzo di viaggio, ma non nell’Empireo (buona sì, ma per essere beata ne deve ancora mangiare di pagnotte).

In quest’ultimo tratto la guida è San Bernardo, il cui titolo (san), non dovrebbe dare seguito a spiegazioni aggiuntive, ma, si sa, i santi sono parecchi, e lui è uno che si è particolarmente adoperato nell’ordine cistercense (ossia quei monaci che, oltre a pregare, facevano bonifiche e opere pubbliche). Ora et labora: prima segue la regola di San Benedetto da Norcia e poi fonda il proprio ordine religioso.

Per questa ragione Bernardo non ha solo l’opportunità di condurre Dante al cospetto di Dio, ma addirittura intercede per lui. All’inizio del XXXIII canto, infatti, prega la Madonna affinché Dante possa sollevare lo sguardo per contemplare Dio. Si tratta di una visione che non ha pari, dunque solo la mamma di Gesù può fare in modo che lo scrittore conservi le facoltà mentali per spiegare che ha visto.

Avete presente quando fate un sogno particolarmente intenso? Appena aprite gli occhi al mattino l’impressione è sempre quella di ricordare tutto, ma, a mano a mano che le ore del giorno scorrono, i dettagli cominciano a svanire. Mentre vi lavate i denti, e siete ancora mezzo intontiti, il sogno è praticamente sparito. A volte resta la sensazione che il sogno ha portato con sé, solo che, se qualcuno ve lo chiede, voi non siete più in grado di descriverla: che hai sognato? Boh. Ecco, questa è la visione di Dio, l’ineffabilità, ossia un concetto troppo alto e complicato perché sia esprimibile con parole umane.

Dunque, per quel che ci è dato sapere, la visione di Dio avviene in tre fasi (sempre numero non casuale). Dante guarda fisso nella luce divina, si tratta di qualcosa da cui non puoi staccare lo sguardo e non sai perché. Dante non ce lo sa dire, non conserva un ricordo nitido di quel momento, sa solo che se stai in quella luce sembra tutto okay, mentre fuori è tutto imperfetto, che è un po’ credo come quando ti fai di eroina, ma senza brutti danni cerebrali.

Nel secondo momento a Dante appare il simbolo della Trinità.

Piccola lezione di catechismo (sì, sono molto appassionata di religioni): uno dei misteri e miracoli più importanti del Cristianesimo è che Dio è uno e trino al tempo stesso. Ossia è il Padre, ma anche Figlio e Spirito Santo (e questa è la risposta per chi chiede se Dio e Gesù sono la stessa persona: sì e no contemporaneamente). Dunque Dante vede tre cerchi, di tre colori diversi, ma ancora è tutto sfumato, poco chiaro. Dovrà aspettare la terza fase della visione per mettere insieme i pezzi, infatti all’interno di uno dei cerchi, vedrà riflessa una forma umana. Il mistero si infittisce: cosa ci fa un uomo là dentro, con quella compagnia tutta divina?

“Qual è ‘l geomètra che tutto s’affige |per misurar lo cerchio, e non ritrova, | pensando, quel principio ond’elli indige, | tal ero io a quella vista nova: | veder voleva come si convenne | l’imago al cerchio e come vi s’indova”

Si tratta di una similitudine complicata, l’ultima del poema. Il tentativo di Dante è spiegare l’essenza di Dio, l’incarnazione, ma anche solo provarci è come essere un matematico che si cimenta nel risolvere il problema della quadratura del cerchio, il rapporto tra diametro e circonferenza, spoiler: un problema impossibile. Avete capito? Nemmeno io. Insomma, cercare di comprendere il posto che occupa l’uomo in quel cerchio è come risolvere un quesito di matematica che ti rompe la testa.

E non poteva dirlo e basta? Questa è la domanda che mi viene fatta di solito davanti a questa parte del canto.

No cari, perché se Dante si rompe la testa, ce la dobbiamo rompere anche noi: davanti a un ricordo che va sfumando, l’unico modo possibile per spiegarci un sogno è farcelo sperimentare, anche se solo in minima parte. E fidatevi, ci vuole una scrittura cazzuta per compiere un’impresa del genere.

Nel frattempo Dante non ce la fa più, sopraffatto com’è dalla Grazia Divina che spinge le sue facoltà cognitive oltre ai limiti umani, ma prima che il cervello del nostro poeta scoppi definitivamente, lui riesce ancora a buttare giù due terzine fondamentali, che daranno senso al resto della Commedia:

“ma non eran da ciò le proprie penne: |se non che la mia mente fu percossa |da un fulgore in che sua voglia venne. | A l’alta fantasia qui mancò possa; | ma già volgeva ‘l mio disio e ‘l velle, |sì come rota ch’igualmente è mossa”

La mente è colpita da un elettroshock, il cervello, stimolato allo stremo, collega velocemente immagini e parole, l’immaginazione si spinge oltre gli argini in cui è normalmente contenuta e il desiderio di capire, di unire i puntini, è talmente forte che la chiusa del poema è essa stessa illuminazione, visione: Dio è ciò che fa girare il mondo intero, Dio è l’espressione amorosa più alta che esista, Lui è il motore dell’intero universo e l’amore è la benzina. E noi esseri umani siamo così piccoli che non possiamo che restare schiacciati al suolo da questa grande affermazione, “l’amor che move il sole e l’altre stelle.” Bum.

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