Nelle scorse puntate ho parlato diverse volte di donne tradite (Arianna, Didone, Ermengarda). È facile stare dalla loro parte, perché, almeno una volta nella vita, tutti siamo stati traditi.
E non importa che ci troviamo sull’isola di Nasso, o a buttarci su una spada nel bel mezzo del palazzo in cui siamo regine, o ancora a morire male di dolore in un convento, ogni volta che una di queste eroine si abbandona al dolore muore anche una parte di noi, quella che un tempo è stata ferita allo stesso modo da qualcuno a cui volevamo bene.
Poi arriva Medea.
Finalmente un personaggio femminile che non sta zitto, che non decide di porre fine alla sua vita, mesta e in disparte.
Al contrario: Medea fa un casino tale che la sentiranno fino all’Olimpo.
Per questo motivo, per la sua modernità, per la complessità con cui viene tratteggiata, soprattutto da Euripide, viene assunta come simbolo di un certo femminismo.
Diciamo che questa cosa mi ha sempre fatto storcere il naso.
Ok, è il mito, è l’antichità e i greci erano fatti così. Però, detto tra di noi, se fossi stata in Giasone, due o tre domande su mia moglie me le sarei fatte, prima di portarmela a Iolco.
Ma procediamo con ordine.
Prendendo un po’ dal mito, un po’ da Apollonio Rodio e in parte anche da Euripide, appunto, scopriamo che Medea è la figlia del re della Colchide, Eete. Ha parenti famosi, tipo la maga Circe (sì, quella che trasformò gli uomini di Ulisse in porci) ed è maga a sua volta. Una maga molto potente perché, oltre alle pratiche occulte, in lei c’è tutta la scaltrezza contenuta nel suo nome, che significa infatti “arguzie”.
La vita di Medea trascorre felice in Colchide con il padre e il fratello, tra un incantesimo e qualche spritz, probabilmente.
Finché un giorno, da Iolco, giunge Giasone con i suoi Argonauti. Giasone è ovviamente un figo della madonna e poi è un eroe ed è un uomo di valori: il suo scopo è recuperare il vello d’oro – che si trova proprio alla corte del re Eeta – per riscattare il trono paterno, usurpato dallo zio Pelia.
Insomma, già sembra Beautiful, ma il peggio deve ancora arrivare.
Medea si prende una tranvata pazzesca per questo Giasone. Al punto che tradisce la sua famiglia per aiutarlo a conquistare il vello.
Sì, ma non è come Arianna che si limita a tenere in mano un gomitolo per far uscire Teseo sano e salvo dal labirinto. No, lei uccide il proprio fratello. Lo fa a pezzi. E poi li sparge in giro, costringendo così il povero padre Eeta a raccogliere i resti di suo figlio per la Colchide e impedendogli così di fermare Giasone e gli Argonauti che nel frattempo avevano recuperato il vello.
Diciamocelo, manco Tarantino avrebbe pensato a una roba tanto folle.
Eppure Giasone non fa una piega davanti all’efferatezza della sua tipa, tanto che, non solo la porta con sé a Iolco, ma la sposerà pure.
Ma non basta perché, una volta a Iolco, nonostante Giasone abbia portato il vello d’oro come pattuito, Pelia non vuole saperne di mollare il trono.
“Traquillo, amo, ci penso io” deve avergli detto Medea che non solo avrebbe fatto di tutto per suo marito, ma non disdegnava neppure diventare regina.
Quindi convince le figlie di Pelia a praticare un rito per far ringiovanire il padre. Fondamentalmente loro dovranno farlo a pezzi e poi farlo bollire insieme a delle erbe. Altro che Estetista Cinica.
Sì, avete capito bene, per farlo ringiovanire prima devono farne uno spezzatino. E il bello è che loro lo fanno pure! Se il Jeffrey Dahmer avesse conosciuto Medea forse avrebbe avuto molti meno problemi.
A quel punto l’altro figlio di Pelia, Acasto, giustamente incazzato, bandisce per sempre Medea e Giasone da Iolco che si rifugiano a Corinto.
Dopo qualche tempo a Corinto, Giasone comincia a farsi due domande. Anche se mai quelle giuste, tipo: “Perché mia moglie ha questa abitudine di fare a pezzi la gente? Sarà mica il caso di vedere uno psichiatra?”
Invece della visita specialistica, Giasone si preoccupa di altre cose. Tipo del fatto che Creonte, re di Corinto, vuole dargli in sposa la figlia Glauce.
Allora, il mito non lo dice, ma sicuramente Glauce sarà stata più giovane di Medea e con le tette più grandi, ma Giasone (che fa rima con l’epiteto giusto per lui) si lascia accarezzare dalla possibilità di succedere un giorno al trono di Corinto. Dunque, senza alcun tatto, scarica la moglie serial killer, ma soprattutto lo fa per il motivo sbagliato.
E Medea come la prende?
Be’, potete immaginarlo. Vi basti sapere che sui fatti a venire Euripide ci ha scritto una tragedia.

Medea finge di accettare di buon grado la cosa: “Non ti preoccupare, tesoro, me ne vado in esilio buona buona e non ti chiedo neanche gli alimenti.” E per mostrare le sue buone intenzioni, manda addirittura un dono di nozze alla nuova famiglia reale: una veste, che è una figata pazzesca, indirizzata proprio a Glauce.
Allora, passi Glauce, che immagino minorenne a dire cose del tipo: “Raga, io piena”, ma Giasone, cazzo, come puoi stare sereno davanti un regalo spontaneo di una che è chiaramente psicopatica?
E infatti quando Glauce si prova l’abito non sa ancora che quello è intriso di veleno e, non appena indossato, prende fuoco e lei muore malissimo in preda a dolori strazianti.
Vorrei proprio sapere a che cavolo pensava Giasone…
Qui arriva la parte della storia più controversa. Infatti Medea, pur di infliggere a lui la più grande sofferenza possibile, decide di punire anche se stessa.
“Armati, o cuore” è la frase, stupenda e straziante, che lei pronuncia prima dei suoi reati più efferati. E non sto parlando solo dell’omicidio della nuova amichetta di suo marito, ma soprattutto di quello dei figli avuti con lui.
Sì, Medea uccide i propri figli per punire Giasone, pur di infliggergli una sofferenza pari alla sua.
Nemmeno oggi riusciamo a capire, tantomeno a perdonare, una madre che si macchia di questo delitto, forse perché va contro a tutte le leggi, divine, animali, umane, ma, proprio per lo stesso motivo, questo è il momento con cui entriamo in contatto con la natura più profonda del dolore di Medea, con la forza accecante dell’amore per quell’uomo, pari soltanto, per intensità, alla rabbia nei suoi confronti.
Alla fine lei fugge furiosa sul carro infuocato del sole. Poi sbarcherà ad Atene e compirà altre nefandezze, ma il punto non è questo.
Minchiate a parte, ovviamente Medea è un simbolo. Simbolo di un male senza scampo, senza respiro, di quello che poi i latini chiameranno “furor”, che ti fa sbarellare e neppure gli dei ti possono salvare. Ed è vero anche che, per la prima volta nella storia greca, una donna tradita non cede alla tentazione di ammazzarsi e basta, di uscire umilmente di scena.
Io credo però, al di là del mito, che forse un esempio di femminismo dovrebbe essere un po’ più costruttivo e non inneggiare per forza alla violenza disumana.
Ci sono tante donne che si ribellano, anche nel mondo classico. Per esempio, io preferisco di gran lunga la Lisistrata di Aristofane che diventa leader di movimento panellenico di sciopero del sesso, pur di far finire la guerra.
È vero, è l’antichità, e quel tempo per le donne era una vera merda, ma c’è modo e modo.
Insomma, quello che cerco disperatamente di dire è che va bene il furor, la vendetta, l’emancipazione, eccetera… però, cara Medea, anche meno!

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